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Presentazione del Volume: La Croce dipinta dell'Abbazia di Rosano. Visibile e invisibile. Studio e restauro per la comprensione

24/01/2008

Biblioteca Magliabechiana degli Uffizi di Firenze

Il volume La Croce dipinta dell’Abbazia di Rosano. Visibile e invisibile. Studio e restauro per la comprensione a cura di Marco Ciatti, Cecilia Frosinini e Roberto Bellucci realizzato col contributo del Banco Desio, edito dalla casa editrice Edifir di Firenze. appartiene alla collana dell’Opificio “Problemi di conservazione e restauro”. Espone gli studi, le ricerche ed i risultati del complesso restauro della Croce dipinta dell’Abbazia di Rosano e databile nel secolo XII dunque uno dei più antichi testi pittorici in Italia, eseguito presso l’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro di Firenze, Settore Dipinti Mobili.


Programma

Ore 10.30

Introduzione

  • Cristina Acidini, Soprintendente del Polo Museale Fiorentino ed ad interim dell’Opificio delle Pietre Dure

Saluti

  • Bruno Santi, Soprintendente per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico delle province di Firenze, Prato e Pistoia
  • Guido Pozzoli, Presidente del Banco Desio Toscana s.p.a.

Ore 11.30

Presentazione del volume

  • Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani
  • Franco Cardini, professore ordinario di Storia Medievale all’Università di Firenze
  • Carlo Arturo Quintavalle, professore ordinario di Storia dell’Arte all’Università di Parma
  • S.E. Mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra

L’intervento di restauro è stato contrassegnato da una serie di interessanti scoperte che hanno consentito di gettare nuova luce sull’opera, sul suo significato e sulla particolare tecnica artistica impiegata. Questo restauro si colloca, infatti, all’interno di un più ampio progetto di studio sulla tecnica della pittura su tavola in un secolo così lontano, iniziato con il restauro della Croce di Maestro Guglielmo di Sarzana (datata 1138), che ad un primo esame appariva molto diversa da quella più conosciuta nelle opere dei secoli successivi. L’intervento ha perciò avuto una doppia valenza: di conservazione del prezioso dipinto e di studio delle sue caratteristiche tecniche.
Una particolarità davvero affascinante è costituita dal fatto che l’opera non aveva mai subito un restauro moderno e dunque presentava pressoché integri tutti gli strati, da quelli antichi come la vernice originale, cosa invero assai rara, a quelli delle trasformazioni subite nel Seicento. In questo periodo, infatti, la Croce era stata mutilata del braccio e del tabellone superiore, probabilmente per un cambiamento di collocazione, forse in rapporto con le trasformazioni della chiesa avvenute nel periodo della Controriforma, ed aveva ricevuto una nuova cornice intagliata e dorata, inchiodata e incollata sulla superficie pittorica che arrivava originalmente sino al bordo, senza nessuna cornice in rilievo. In questa stessa occasione l’opera aveva avuto una nuova verniciatura che si era assommata a quella antica ancora presente. La scelta principale del restauro è stata basata sulla ovvia considerazione della straordinaria importanza della Croce quale documento artistico e materico di un così lontano periodo storico, dalla quale abbiamo derivato due considerazioni: la volontà di rendere il più possibile chiaramente leggibile questo documento, eliminando le trasformazioni successive (cornice e nuova vernice), e la decisione di ridurre al minimo indispensabile la fase di reintegrazione delle lacune, soprattutto di quelle perimetrali, per alterare il meno possibile l’autenticità del documento e non appesantire il dipinto con la nostra materia moderna. Molto delicata è stata la fase della pulitura che ha previsto di conservare la vernice oleo-resinosa antica, ma di assottigliarla leggermente per compensare il forte fenomeno di alterazione e di inscurimento al quale essa era andata incontro col tempo: scelta che ha cercato di far convivere dialetticamente i due opposti valori del rispetto della materia originale e del ristabilimento della sua funzione, che era quella di esaltare la pittura e non certo di renderla quasi invisibile. Il risultato finale di piena leggibilità dei suoi valori espressivi può oggi consentire, grazie allo straordinario stato di conservazione della pittura, di gettare nuova luce sulla comprensione della pittura italiana nella prima metà del secolo XII.
L’intervento di restauro è stato agevolato dal generoso contributo del Banco Desio s.p.a., che ha messo a disposizione delle risorse aggiuntive che hanno reso possibile una più veloce conclusione dei lavori.

Gli studi collaterali al restauro, poi, confluiti nel volume e di cui daranno conto i relatori, costituiscono una serie di importanti contributi non solo in campo tecnico ma anche e in modo estremamente ampio e dettagliato, in campo storico, epigrafico e storico artistico. Alessio Monciatti (Università del Molise), infatti, chiarisce il contesto di provenienza dell’autore del dipinto, ricollegandolo ad ambito romano. Giampaolo Francescani (Università di Firenze) ricostruisce il rapporto storico tra il Monastero di Rosano e la nobile famiglia dei Conti Guidi, suoi patroni, impegnati all’epoca nell’ambizioso progetto della costruzione di un regno centroitaliano, chiarendo quindi il possibile quadro cronologico per la committenza dell’opera. Stefano Zamponi e Tommaso Gramigni (Università di Firenze) ci offrono nel loro affascinantissimo saggio una dettagliata lettura delle iscrizioni che corrono sotto le storie della Passione, dipinte nei tabelloni delle Croce, ricollegandole per grafia, per stile letterario e per contenuti, alla Roma dell’inizio del XII secolo e ad un ambiente di grande cultura come quello di Ildeberto di Lavardin. Maria Rosaria Marchionibus (Università del Molise) studia con passione e competenza la piccola croce-reliquia in ardesia trovata in un vano all’interno della Croce dipinta e la ricollega ad oggetti riportati in patria dai Crociati, aprendo così la strada alla affascinante ipotesi di una committenza di Guidoguerra dei Conti Guidi che aveva partecipato alla seconda Crociata. Infine i contributi di Ciro Castelli (OPD) per il supporto ligneo e di Roberto Bellucci (OPD) per la superficie pittorica, illustrano il grande contesto della tecnica artistica dell’inizio del XII secolo, istituendo paralleli con altre opere coeve, ma soprattutto, grazie allo stato vergine dell’opera, aprendo un nuovo capitolo e sistema di riferimento per l’arte e la tecnica del XII secolo, un testo figurativo che diventa trattato di tecnica artistica.