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L'OPD per la mostra "Bronzino. Pittore e poeta alla corte dei Medici"

23/09/2010

Firenze

Bronzino 03

(vedi anche la Galleria Fotografica )

L’Opificio delle Pietre Dure è stato particolarmente coinvolto nella grande mostra dedicata ad Agnolo Bronzino che è stata inaugurata il 23 settembre 2010 in Palazzo Strozzi a Firenze. La sua partecipazione infatti non si è limitata alle consuete attività di partner della Fondazione Palazzo Strozzi per i problemi di conservazione delle opere d’arte, ma è stata estesa ad una serie di importanti interventi di restauro, alcuni dei quali direttamente richiesti dalla mostra, ed altri che l’Opificio aveva da tempo indipendentemente intrapreso e che sono giunti a termine in tempo, così da poter assicurare la presenza delle opere nell’esposizione.


L’attività di consulenza ed assistenza per i problemi conservativi delle opere esposte, regolata oggi da una apposita convenzione siglata tra l’Opificio e la Fondazione di Palazzo Strozzi, riguarda il Settore di Climatologia e Conservazione Preventiva per il controllo delle condizioni microclimatiche ed ambientali di esposizione e i vari laboratori di restauro per la verifica delle opere e delle modalità per la loro esposizione.
Per questa mostra sono stati interessati tre diversi laboratori dell’Opificio: quelli per il restauro di Arazzi, di Dipinti su tela e tavola e di Materiali Lapidei e presso due di questi, Dipinti e Arazzi, sono state restaurate alcune delle opere più importanti della mostra, come alcuni arazzi della celebre serie del Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio che hanno impegnato il laboratorio per venticinque anni con uno dei più grandi progetti di conservazione mai realizzati a livello internazionale.


IL RESTAURO DEGLI ARAZZI


La serie di arazzi con Storie di Giuseppe fu voluta dal duca Cosimo I de’ Medici che scelse il soggetto, tratto dal Vecchio Testamento, per celebrare attraverso la figura eroica di Giuseppe la propria azione di “salvataggio” e riordino dello Stato mediceo. Ai cartoni per gli arazzi lavorarono in collaborazione i pittori più apprezzati del tempo, Agnolo Bronzino (16 cartoni), Jacopo Pontormo (tre) e Francesco Salviati (uno) e alla tessitura provvidero, dal 1545 al 1553, gli arazzieri Nicola Karcher e Giovanni Rost, portatori della più accreditata tradizione fiamminga e fondatori nel 1545 della manifattura medicea. Questa eccellenza rispecchia l’intento di Cosimo I di creare una serie senza precedenti, per il prestigio della destinazione (la Sala del Consiglio), la vastità della superficie (428 mq.) e il valore autocelebrativo.


L’ambizione del progetto comportò la scelta di materiali tra i più pregiati in commercio a testimonianza del potere, anche economico, del duca Cosimo: un sottile filato di lana per circa il 20%, tre diversi tipi di filati di seta per circa il 65%, filati d’argento dorato e argento per circa il 10%. Le diverse tipologie di seta sono impiegate per valorizzare al meglio l’effetto pittorico. La lamina d’argento dorato si avvolge con spire rilassate sulla sua accia (anima interna) in seta tinta di giallo, mentre quella d’argento si avvolge su un’accia di colore bianco. Questi preziosi filati, di altissima qualità, sono ancor oggi capaci di risplendere ad ogni pur flebile raggio di luce. Il disegno trae ricchezza e sfarzo dall’impiego degli ottimi coloranti naturali utilizzati per donare calde nuances ai filati; tra le sostanze tintorie si ritrovano la robbia, la cocciniglia, l’indaco, la reseda. Se la fisiologica perdita dell’intensità cromatica, unita alla prolungata esposizione, ha modificato le tonalità originarie, talvolta fino a un vero e proprio viraggio, l’equilibrio delle composizioni non risulta alterato.
Il restauro della serie è stato realizzato da ditte esterne, sotto la direzione dell’Opificio delle Pietre Dure, dal 1985 alla fine del 2009, ed è stato finanziato dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze con il contributo dell’Opificio. L’intervento è stato condotto secondo i criteri del restauro integrativo, tramite cioè l’inserimento di nuove trame e, laddove la lacuna sia totale, anche di nuovi orditi. Nel corso degli anni tale metodo è stato continuamente rivalutato in modo da mettere a punto varianti significative all’interno del principio integrativo per ridurre al minimo l’invasività dell’intervento, garantendo comunque il recupero estetico e statico. Fondamentale per questo approfondimento il ruolo del Direttore tecnico Gianna Bacci. In pochi casi, dove il degrado ha infierito sulla struttura tessile in misura tale da causare perdite percentualmente superiori all’originale sopravvissuto, è stato realizzato un localizzato intervento di tipo conservativo attraverso la fermatura delle zone degradate tramite un supporto applicato sul retro.
Parallelamente è stata condotta una continua ricerca dei materiali di restauro per i filati di lana, ma soprattutto per quelli di seta, per i quali era indispensabile individuare tipologie che avessero la stessa lucentezza e resa estetica degli originali. Per tutti i nuovi filati è stato condotto un complesso lavoro di tintoria alla ricerca delle nuances più pertinenti arrivando a realizzare circa 2000 diverse tonalità.

 


IL RESTAURO DEI DIPINTI


Tra i dipinti restaurati merita senz’altro una posizione di rilievo lo straordinario Ritratto del nano Morgante in veste di cacciatore, dipinto di faccia e di schiena sui due lati della stessa tela, appartenente alla Galleria degli Uffizi e da tempo in deposito per studio, date le particolarissime problematiche conservative, presso il Laboratorio della Fortezza. Nato nell’ambito della corte granducale rappresentava un significato ben più profondo di un divertissement della corte, essendo in rapporto al coevo dibattito artistico noto come “paragone”, volto cioè a dimostrare quale arte fra la pittura e la scultura potesse essere considerata superiore. Tale indagine, promossa da Benedetto Varchi, è all’origine del dipinto del Bronzino che intendeva dimostrare l’evidente superiorità della pittura la quale, oltre a mostrare la tridimensionalità del soggetto, era in grado di raffigurarlo in due momenti cronologicamente successivi, introducendo cioè il fattore del tempo. In un momento storico successivo si preferì cambiare il significato dell’opera ed il suo uso, esponendone solo la parte anteriore, ampiamente ridipinta in modo da far conseguire al nano l’iconografia di un Bacco.


Dal punto di vista tecnico un dipinto realizzato sulle due facce dello stesso supporto costituisce un grosso problema nel momento in cui sono presenti, come in questo caso, dei danni strutturali quali tagli e strappi della tela. Altrettanto complesso è poi il problema di riuscire a conferire a tutta la superficie il corretto ed omogeneo tensionamento. Su questi temi stavano da anni svolgendo delle specifiche ricerche Ezio Buzzegoli e Diane Kunzelman, sperimentazioni che, in vista della mostra, hanno dovuto subire un’accelerazione e trasformarsi in un progetto esecutivo di intervento, compiuto con la collaborazione di Debora Minotti e Elisabetta Bianco. La scelta teorica circa l’estesa ridipintura, forse settecentesca, inizialmente indirizzata verso il suo mantenimento, è stata in seguito mutata, proprio in previsione dell’esposizione in mostra, ed è stato recuperato il messaggio originale del dipinto, mascherato dai rifacimenti.


Altre due opere in mostra, provenienti da Musei stranieri, testimoniano della buona considerazione conseguita dall’Opificio a livello internazionale; per esse infatti è stato richiesto espressamente un intervento dell’Istituto per affrontare alcuni problemi conservativi.


La prima rappresenta una delle novità della mostra; si tratta infatti di una nuova attribuzione a Bronzino, la cui mano è stata individuata da Carlo Falciani nella Crocifissione del Musée des Beaux Arts di Nizza. Lo stupefacente nitore scultoreo del Cristo e la rigorosa ed austera incorniciatura architettonica ci mostrano un altro registro presente nelle possibilità dell’artista, evidentemente connesso con la travagliata spiritualità del suo tempo. Il dipinto presentava molte ridipinture localizzate e ritocchi alterati che le esperte restauratrici Oriana Sartiani e Caterina Toso hanno deciso di rimuovere con una accurata pulitura, operando una più idonea reintegrazione delle molte, ma per fortuna piccole, lacune.
L’altro dipinto proviene invece dal Museo di Belle Arti di Budapest ed appartiene alla fortunata serie di allegorie mitologiche con significato erotico realizzate dal Bronzino. Raffigura infatti Venere e Amore con una iconografia ancora in parte da decifrare, diversa, ma analoga, alla celebre Allegoria della National Gallery di Londra. I problemi conservativi di quest’opera, per ora affrontati da Chiara Rossi Scarzanella e Francesca Ciani Passeri, sono più complessi del caso precedente ed è stato necessario prevedere una prima fase operativa in vista dell’esposizione in mostra, ed una seconda più approfondita che riguarderà soprattutto il restauro del supporto ligneo.


Durante le indagini preliminari delle due opere, l’impiego della Riflettografia a scanner ad alta definizione messo a punto dall’Istituto Nazionale di Ottica ha consentito di evidenziare una serie di interessanti varianti e di pentimenti nell’underdrawing. Per esempio, nell’Allegoria di Venere e Amore, è emerso un pentimento nella posizione delle gambe di Venere ed è apparso un volto di satiro successivamente eliminato. Nella Crocifissione, invece, è la stessa posizione della testa del Cristo e delle braccia ad essere stata oggetto di un significativo ripensamento.

Opificio delle Pietre Dure,
Firenze; Soprintendente Isabella Lapi


Laboratorio di restauro degli Arazzi e Tappeti;
Direttore Clarice Innocenti

Laboratorio di restauro dei Dipinti su tela e tavola;
Direttore Marco Ciatti

Laboratorio di restauro dei Materiali lapidei;
Direttore: Alessandra Griffo

Settore di Climatologia e Conservazione preventiva;
Direttore: Roberto Boddi

Opificio, 20 settembre 2010

Bronzino. Pittore e poeta alla corte dei Medici 24 settembre 2010-23 gennaio 2011