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Andrea Mantegna, Madonna con Bambino. Milano, Museo Poldi Pezzoli

Biografia dell'autore 

Andrea Mantegna nacque tra la fine del 1430 e gli inizi del 1431 a Isola di Carturo, piccolo centro sul corso del Brenta poco a nord di Padova, da padre falegname. Precocemente abbandonò la casa paterna per trasferirsi a Padova, tant’è che tra il 1441 e il 1445 il suo nome figura fra gli iscritti alla fraglia dei pittori padovani e nel 1445 viene citato in un atto notarile in veste di testimone, qualificato come "pittore" e "figlio adottivo" dell’allora celebre pittore padovano Francesco Squarcione.

Presso la bottega dello Squarcione Mantegna acquisisce i principi della cultura prospettica e antiquaria, anche grazie all’osservazione delle opere di Donatello che in quegli anni si trovava a Padova, ma i rapporti con il maestro si interrompono nel 1448 a causa di controversie economiche.

Sempre nel 1448 ricevette, assieme ad altri artisti, la commissione dei celebri affreschi della cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani a Padova, dove dipinge le Storie di San Giacomo e San Cristoforo, purtroppo in gran parte perduti durante l’ultima guerra mondiale. Al periodo padovano sono ascrivibili il Polittico di San Luca, realizzato tra il 1453 e il 1454 per l’abbazia di Santa Giustina a Padova e ora conservato presso la Pinacoteca di Brera, e la Sant’Eufemia del Museo di Capodimonte.  Nel 1453 sposò Nicolosia figlia di Iacopo e sorella di Gentile e Giovanni Bellini, tra i più importanti e famosi pittori veneziani del tempo. Tra il 1457 e il 1459 realizzò, su commissione dell’abate Correr, la Pala di San Zeno per il coro della Chiesa di San Zeno a Verona. La macchina d’altare, eseguita nella bottega del pittore a Padova e poi trasportata a Verona, è costituita da una monumentale struttura architettonica di gusto classicheggiante che, anziché dividere il polittico in scomparti, sfrutta le colonne per creare un raccordo tra spazio reale e spazio dipinto.

Dopo ripetuti inviti da parte di Ludovico III Gonzaga, nel 1460 si trasferì a Mantova con la propria famiglia come pittore di corte. A questa prima fase mantovana dell’attività mantegnesca sono riconducibili alcuni ritratti, come quello del cardinale Ludovico Trevisan (Berlino, Gemäldegalerie) e quello di Francesco Gonzaga, oggi conservato a Napoli presso il Museo di Capodimonte. La maggiore e più celebre delle imprese dell’artista a Mantova è rappresentata dalla decorazione della camera nella torre nordorientale del castello di S. Giorgio, nota come Camera picta, o Camera degli sposi, nella quale fu coinvolto dal 1465 al 1474. Mantegna, nel rappresentare la celebrazione politico-dinastica dell'intera famiglia Gonzaga, con l'occasione dell'elezione a cardinale di Francesco Gonzaga, progettò una decorazione ad affresco che investisse tutte le pareti e le volte del soffitto, sfruttando i limiti architettonici dell'ambiente per sfondare illusionisticamente le pareti con la pittura e dilatare lo spazio oltre i limiti fisici della stanza.

Nell’estate del 1466 Mantegna si recò in Toscana, a Firenze e a Pisa, per poi tornare nuovamente a Mantova nel giugno del 1468. Riferibile alla produzione di questi anni, anche se ne ignoriamo una datazione certa e la committenza, è il Cristo morto della Pinacoteca di Brera. Al 1480 è invece riferibile l’esecuzione della grande tela con il Martirio di s. Sebastiano, attualmente conservata al Louvre, poi spedita in Francia in occasione delle nozze tra Chiara Gonzaga e Gilbert de Bourbon, conte di Montpensier e delfino d’Auvergne.

Alla morte di Federico Gonzaga, avvenuta nel 1484, il successore Francesco confermò i rapporti con l’artista di corte commissionandogli un’opera monumentale come le grandi tele con i Trionfi di Cesare, oggi parte delle collezioni reali inglesi a Hampton Court. I lavori all’enorme complesso, che originariamente doveva contare dieci tele, furono interrotti tra il 1488 e 1490 a causa della decorazione della cappella della nuova residenza pontificia del Belvedere, per la quale Mantegna fu chiamato a Roma dal papa Innocenzo VIII Cibo, poi ripresi e infine conclusi nel 1492. Forse al periodo del soggiorno romano – stando almeno alla testimonianza di Vasari – potrebbe risalire la redazione della celebre Madonna delle cave degli Uffizi.

Tra l’estate del 1495 e quella dell’anno successivo realizzò la Madonna della vittoria, destinata alla nuova chiesa di S. Maria della Vittoria a Mantova e oggi conservata al Louvre, per celebrare la vittoria di Francesco II nella battaglia di Fornovo (1495). Dello stesso periodo è la pala destinata all’altare maggiore della chiesa degli olivetani di S. Maria in Organo a Verona, oggi nota come Madonna Trivulzio e attualmente custodita a Milano, nel Museo del Castello Sforzesco.

Dipinse poi per lo studiolo di Isabella d’Este, moglie di Francesco II, due tele a carattere mitologico: il cosiddetto Parnaso e, dopo qualche anno, il pendant con Minerva che scaccia i Vizi dal giardino delle Virtù, entrambi conservati al Louvre. Risalgono a questi ultimi anni di attività alcuni dipinti in monocromo, come la Giuditta e la Didone (Montreal, Museum of fine arts); la Vergine Tuccia e Sofonisba (Londra, National Gallery); il Sansone e Dalila e la Giuditta (Dublino, National Gallery of Ireland).

Morì a Mantova il 13 settembre 1506.

[Le informazioni biografiche sono tratte dal Dizionario biografico degli italiani dell’Enciclopedia Treccani]


Storia dell’opera

Le prime notizie dell’opera si hanno nell’Ottocento grazie allo storico dell’arte Giovanni Morelli (1816-1891) il quale, in una lettera scritta all’amico Niccolò Antinori il 23 maggio 1856, cita il dipinto fra i quadri della sua collezione: “una Madonna del Mantegna (a tempera forte) col bambino che dorme che è una meraviglia davvero; la testa della Madonna pur troppo è stata ritoccata. A me fu venduto per ‘quadro della scuola mantegnese’ – ma è indubitabile Andrea Mantegna”. Nel 1861 la tela fu venduta per 2.000 lire a Gian Giacomo Poldi Pezzoli (1822-1879), probabilmente per pagare un debito di gioco di Morelli. Fu il conte Poldi Pezzoli ad affidare nel 1863 il restauro del dipinto al celebre pittore restauratore Giuseppe Molteni.

Nell’inventario redatto nel 1879, alla morte di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, il valore venale attribuito all’opera da Giuseppe Bertini (1825-1898), primo direttore del Museo Poldi Pezzoli, era già lievitato a ben 15.000 lire.


Tecnica artistica

Il dipinto è realizzato con una particolare tecnica artistica, diffusa nel Quattrocento soprattutto nel Nord Europa e indicata col termine tedesco di tüchlein. Tecnicamente si tratta di una “tempera magra”, cioè una stesura pittorica basata sull’utilizzo di un medium a colla animale, che produce un risultato molto diverso dall’olio o dalla tempera a uovo ed è responsabile del particolare effetto opaco e quasi pulverulente della superficie pittorica.  Tali opere non venivano verniciate e quindi non si produceva alcun risultato di saturazione e lucidità della superficie pittorica, per questo le tempere magre erano quasi assimilabili, nel risultato estetico, alla pittura murale.

In epoca passata molti di questi dipinti, non capiti nella loro caratteristica tecnica originaria e nella intenzionalità estetica per cui erano stati pensati, sono stati restaurati in maniera impropria, come fossero tempere di tipo tradizionale e, soprattutto, sottoposti ad una verniciatura finale, per saturare i colori percepiti come troppo “piatti” o “polverosi”, creando, a seconda dei materiali utilizzati, danni irreversibili, sia conservativi che estetici.

Un simile trattamento era stato riservato anche al dipinto in questione, restaurato da Giuseppe Molteni nel 1863, con un doppio intento, conservativo ma anche “migliorativo” dei valori estetici del dipinto, verso il gusto della committenza.

Realizzato su una tela di lino molto sottile, caratterizzata da un titolo di 23 fili/cm sia in trama che in ordito, il dipinto non presenta uno strato preparatorio tradizionale, ma solo una stesura di appretto a base di amido e colla animale che aveva la funzione di rendere la tela meno flessibile e assorbente in modo da facilitare la successiva esecuzione pittorica.  La pellicola pittorica, costituita da veloci stesure di colore diluito, senza stratificazioni successive, è talmente sottile da assecondare perfettamente l’andamento della tela, la cui texture, molto serrata, conferisce allo strato pittorico un aspetto leggermente granuloso.

La tavolozza dell’artista prevede bianco di piombo, cinabro, azzurrite, malachite, lacca rossa e nero a base di carbonio.

Elemento di grande ricercatezza è rappresentato dalle pennellate di oro in conchiglia che impreziosiscono lo sguardo della Vergine, le ciocche di capelli e la veste della Vergine.


Stato di conservazione e intervento

L’intervento dell’Opificio delle Pietre Dure ha dapprima svolto una approfondita campagna diagnostica che è proseguita accompagnando l’intervento di restauro in ogni sua fase. L’approfondimento diagnostico è stato necessario per comprendere a fondo la tecnica esecutiva, lo stato conservativo del dipinto, per definire più accuratamente l’entità dell’intervento di Molteni e, infine, chiarire alcune piccole scoperte che si andavano rivelando.

L’intervento operato da Molteni nel 1863, oltre a conferire sostegno alla delicatissima tela originale per mezzo di una foderatura, aveva pesantemente alterato l’aspetto originario dell’opera. Molteni intervenne ampiamente dal punto di vista estetico con stuccature e integrazioni pittoriche a colmare le lacune, ma anche con vere e proprie ridipinture a coprire la materia originale, inventando decorazioni e lumeggiature ad oro sul manto della Vergine. In particolare, in corrispondenza del manto della Vergine, le indagini hanno rilevato una doppia versione pittorica: una stesura in Blu di Prussia (pigmento di sintesi diffusosi a partire dal XVIII secolo) caratterizzato da un panneggio di gusto tipicamente ottocentesco, riconducibile quindi alla mano di Molteni; e, al di sotto di questa, una stesura ancora molto integra in Azzurrite (pigmento antico, a base di rame), nella quale si è potuta riconoscere la versione pittorica originale. Inoltre verniciò la superficie, con un effetto finale di scurimento dei toni, che hanno alterato l’equilibrio cromatico della composizione e reso meno intellegibile la distinzione fra il fondo scuro e il manto della Vergine.

L’intervento su un’opera così complessa dal punto di vista conservativo ha implicato scelte critiche e tecniche, derivate da una approfondita discussione interdisciplinare che ha accompagnato il restauro in ogni sua fase.

Dal punto di vista strutturale, ad eccezione del taglio della zona centrale, la tela originale si presentava in buone condizioni e ben adesa a quella di rifodero, pertanto è stato deciso di mantenere la foderatura ottocentesca.

Il nostro intervento di restauro si è quindi indirizzato al ristabilimento di un equilibrio cromatico e formale, attraverso la graduale e selettiva rimozione della vernice. 

La rimozione di una vernice antica da una stratigrafia naturalmente molto assorbente come quella di una tela non preparata, costituisce ancora oggi un confronto notevole per qualsiasi restauratore, non affrontabile se non attraverso strumenti di controllo puntuali e continui, sfida resa ancor più complessa dalla necessità di utilizzare metodi non acquosi per la natura “magra” e sensibilissima del film pittorico. La pulitura ha ottenuto il suo fine, di estrarre ogni residuo di vernice dalla superficie, restituendo gli effetti estetici ricercati dall’artista che lo spesso schermo della vernice offuscava. Secondo la stessa metodologia filologica del restauro, è stato deciso di rimuovere la ridipintura ottocentesca del manto della Vergine e le false decorazioni in oro della veste.

Infine, in corso di pulitura, sul fondo scuro sono state rinvenute le tracce di una scritta in oro, parzialmente consumata da puliture precedenti, che è stato possibile ricostruire mediante la mappatura su di un’immagine macro di ogni frammento d’oro individuato al microscopio. La scritta purtroppo visibile solo attraverso un grafico di ricostruzione, corrisponde ad un verso del Cantico dei Cantici: “NIGRA SUM SED FORMOSA”.  Il restauro ha permesso dunque di riscoprire un dipinto diverso da quello che eravamo abituati ad apprezzare, che meglio attira l’attenzione del riguardante sull’intimità tenera di una madre e suo figlio, che diventano simbolo e icona della tenerezza divina. 


Scheda riassuntiva del restauro

Il restauro è stato realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di restauro di Firenze tra marzo e dicembre 2019. 

Soprintendente: Marco Ciatti
Direttore dei Lavori: Marco Ciatti, Cecilia Frosinini
Direzione Tecnica: Lucia Maria Bresci

Collaborazione tecnico-scientifica: Roberto Bellucci

Restauratori: Lucia Maria Bresci; con la collaborazione di Ciro Castelli per l’adeguamento del telaio e della cornice

Indagini scientifiche:
Laboratorio Scientifico dell’OPD: Giancarlo Lanterna (analisi chimiche), Andrea Cagnini, con la collaborazione di Daniele e Ottavio Ciappi (Radiografia X), Isetta Tosini (indagini biologiche)

OPD e CNR-INO: Raffaella Fontana, Enrico Pampaloni, Luca Pezzati e Marco Raffaelli (Optical Coherence Tomography e Conoscopia Laser); e Roberto Bellucci (Riflettografia Multi-NIR)

INFN LABEC: Lisa Castelli, Pier Andrea Mandò, Anna Mazzinghi, Chiara Ruberto, Francesco Taccetti (Fluorescenza X di area a scansione)


Rassegna stampa sulla presentazione del restauro 

Finestre sull'arte: 

https://www.finestresullarte.info/mostre/mantegna-ritrovato-poldi-pezzoli-milano-mostra-dossier

La Repubblica edizione Milano: 

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/10/13/news/madonna_mantegna_museo_poldi_pezzoli_milano_marchesa_mecenate-270416499/

Il Corriere della Sera edizione Milano: 

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_ottobre_13/rinascita-mantegna-restauro-ha-riportato-luce-colori-identita-06209d38-0cb5-11eb-92ff-498c98dd63b0.shtml

La Stampa edizione Milano: 

https://www.lastampa.it/milano/appuntamenti/2020/10/15/news/la-madonna-del-mantegna-torna-restaurata-al-poldi-pezzoli-1.39420546

Il Foglio: 

https://www.ilfoglio.it/ripa-del-naviglio/2020/10/16/news/mantegna-regalato-1201415/