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San Bernardino da Siena e una Santa, Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia

Pittura murale tardo quattrocentesca, San Bernardino da Siena e una Santa, “estratta” dallo Spedale medievale San Cristoforo (Brescia) e conservata alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia (1470-1490)

La pittura murale dipinta nel tardo Quattrocento per lo Spedale medievale San Cristoforo, oggi non più esistente, è stata oggetto della tesi di laurea di Philip Kronn Morelli nell’anno accademico 2018-2019, il cui progetto si è occupato dello studio e dell’intervento di restauro sull’opera. A fine Ottocento, questa pittura fu estratta dal suo contesto originario ed esposta per un breve lasso di tempo presso l’allora nuova Pinacoteca Tosio-Martinengo e, infine, conservata nei depositi, da metà del Novecento fino al 2018.

La pittura raffigura una coppia di santi, Bernardino da Siena a destra e una santa a sinistra, forse S. Lucia, ambientati in un giardino all’aperto, delimitato da una balaustra retrostante secondo uno schema reiterato nella pittura quattrocentesca italiana. La scena, quasi interamente conservata, viene incorniciata da una fascia decorativa dipinta con semplici motivi ripetuti, a sua volta contornata da un profilo a bande colorate.

La tesi ha consentito di approfondire le vicende conservative e storico-artistiche degli anni tra il XIX e il XX secolo nell’ambiente bresciano; esaminando i documenti presenti negli archivi, è stato possibile ricondurre cronologicamente il trasporto della pittura al settembre del 1891 ad opera di Giuliano Volpi (Lovere 1838 - Pontevico 1913), pittore restauratore bergamasco e figura piuttosto sconosciuta nella pur rinomata tradizione degli estrattisti lombardi. La metodologia impiegata da Giuliano Volpi, infatti, non è nota ed è attualmente scarna di riferimenti in letteratura; inoltre, seppur altre pitture staccate da Volpi sono conservate presso la stessa Pinacoteca, il modus operandi, però, è stato cancellato da interventi più recenti.

L’attuale restauro ha quindi permesso di studiare e approfondire anche i metodi e i materiali utilizzati dal Volpi, in un confronto con quelli tramandati dalle fonti coeve. Se da un lato l’integrità del restauro ottocentesco ha consentito di ampliare le conoscenze sui metodi del tempo, dall’altro la mancanza di manutenzione sull’opera, ha portato la pittura ad essere considerevolmente compromessa tanto da non consentire la lettura dei suoi rapporti cromatici e delle forme; la lettura dell’opera, nascosta da una serie stratificata di sostanze estranee, stata recuperata da una graduale e complessa pulitura in fase di restauro.

Lo studio puntuale della tecnica pittorica dell’opera, poi, ha permesso di accrescere le conoscenze sulla tecnica delle pitture murali dell’area bresciana. La peculiarità di essere una pittura murale strappata e riportata su una tela, cioè di essere stata trasportata da un intonaco, superficie rigida e statica, ad una tela, flessibile e mobile, ha fatto sì che si creasse, a livello della pellicola pittorica, un sistema di delicati equilibri tra i materiali originali e quelli impiegati per il suo distacco.

In questo caso le tele impiegate come supporto da Volpi sono di cotone applicate ad un telaio non adeguatamente strutturato, che nel tempo ha portato deformazioni nel legno e poi nella tela e infine allo strato pittorico. Questa identità tra i materiali originali e quelli di restauro ha orientato l’attuale intervento di restauro verso il reimpiego di materiali già presenti nella materia dell’opera (o quanto più possibile affini) con lo scopo di ristabilire gli equilibri interni tra i materiali senza aggiungerne di nuovi, che sarebbero potuti diventare essi stessi causa di deperimento.

Il supporto della pittura manifestava segni evidenti di cedimento, pertanto lo studio delle cause di degrado e la scelta metodologica di reimpiegare materiali già presenti nell’opera, hanno portato alla proposta di un nuovo sistema di rinforzo del supporto, capace di mantenere lo status di “pittura da cavalletto” e contemporaneamente fornire le caratteristiche fisiche necessarie alla conservazione della pittura murale. Il metodo scelto ha preservato il carattere storico e l’aspetto dell’intervento ottocentesco rispondendo al contempo alle necessità dettate dal restauro moderno quali la ritrattabilità, la compatibilità ed il minimo intervento.

Il progetto di restauro di quest’opera è partito dalle ricerche sulle foderature a tensione controllata, degli anni Cinquanta e Sessanta, integrando il concetto di base con la disponibilità di nuovi materiali e tecnologie per i supporti tensionabili: in questo caso il nuovo sistema a tensione proposto è inserendo fibre di carbonio nel vecchio supporto, in modo tale da coniugare la necessità di un rinforzo strutturale al mantenimento della pittura su tela.

Nell’intervento di restauro, per i sollevamenti della pellicola pittorica si è impiegato caseinato di calcio come adesivo, in tutto simile a quello utilizzato per la foderatura, con la modifica, però di alcune caratteristiche, per sopperire ai difetti che il caseinato di calcio aveva presentato. L’aggiunta di un inerte ha permesso di ridurre la fragilità dei film, mentre lo studio delle sue proprietà collanti è stato fondamentale per identificare le modalità di applicazione e il giusto
quantitativo di adesivo, limitando l’intervento alla misura necessaria. In questo modo è stata ripristinata l’adesione tra film pittorico e supporto senza introdurre materiali di natura estranea a quelli già esistenti.

L’intervento di pulitura è stato graduale e diversificato (sistemi chimici e fisici) in modo da operare la rimozione selettiva delle sostanze soprammesse che costituivano una pesante patina offuscante la cromia della pittura. La rimozione di una buona parte di questi materiali ha rivelato che il film pittorico necessitava di consolidamento. Per questo sia i test effettuati che i risultati delle indagini scientifiche effettuate dimostrano l’efficacia del trattamento ammonio-bario che, seppur irreversibile in una concezione tradizionale del termine, rappresenta la scelta che meno modifica le caratteristiche chimico-fisiche dell’opera, dimostrandosi efficace nel tempo e applicabile al particolare contesto materico di una pittura strappata.

Relativamente al supporto, che non riusciva più ad assolvere alla sua funzione primaria rischiando di compromettere l’opera, è stato progettato un intervento che tenesse conto sia della sua natura di pittura murale che della metodologia ottocentesca. L’intervento doveva mutuare una metodologia d’intervento dal restauro dei dipinti mobili, adattandola alla conservazione della pittura murale strappata.

Grazie all’innovazione tecnologica e alla disponibilità di materiali altamente performanti, è stato proposto un rinforzo strutturale in fibra di carbonio, in cui l’anelasticità del materiale sopperisce alle problematiche legate alla distribuzione delle forze di tensione dell’insieme, che ha permesso la realizzazione di una foderatura con tensionamento controllato dell’opera. Attualmente questa fase è allo stadio di studio e sperimentazione per la messa a punto di un prototipo definitivo, atto a migliorare le prestazioni dell’attuale supporto in tela del dipinto, conservandone l’aspetto e consentendo la facile reversibilità della giunzione, qualora fosse necessario. Sebbene il prototipo sperimentale sia stato sviluppato per questo caso specifico, si auspica possa trovare applicazione anche in altri futuri interventi, fornendo una valida alternativa ai supporti rigidi per la conservazione delle pitture murali strappate nel passato e riportate su tela.

Attualmente l’intervento completo è stato realizzato su un’area limitata dell’opera, dove è stata eseguita la stuccatura delle numerose lacune, per le quali è stato impiegato il caseinato di calce come legante della malta, in modo tale da risultare idonea a colmare gli spessori diversi ed essere sufficientemente elastica per coesistere con un supporto non rigido. Tali stuccature, realizzate nelle abrasioni e nelle lacune del colore, consentono all’immagine di essere recuperata con una reintegrazione pittorica a velatura in sottotono.

BIBLIOGRAFIA

Una pittura murale tardo quattrocentesca “estratta” della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. Revisione, restauro e proposta per un nuovo supporto in fibra di carbonio, tesi di laurea, candidato Philip Kronn Morelli, relatore coordinatore Maria Rosa Lanfranchi, relatori Emanuela Daffra, Giancarlo Lanterna, Chiara Mignani, a.a. 2018-2019

F. Autelli, La rimozione delle pitture murali, in: Pitture murali a Brera di Fanny Autelli, Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda, Milano, 1989, pp. 43-56

M. Bona Castellotti, E. Lucchesi Ragni, R. D’Adda, Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere, secoli XII-XVI, Marsilio, 2014

V. Gheroldi, Dal muro al museo. Lattanzio Gambara, le tecniche di pittura murale e gli estrattisti ottocenteschi, in Brescia nell’età della Maniera. Grandi cicli pittorici della Pinacoteca Tosio Martinengo, Silvana Editore, Milano, 2007, pp. 63-79