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Itinerari nascosti al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure. Il collezionismo granducale e la passione per le ceramiche antiche

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L’Opificio delle Pietre Dure aderisce alle Notti dell’Archeologia 2020, l’iniziativa della Regione Toscana volta a promuovere la conoscenza del nostro passato più antico attraverso visite e approfondimenti organizzati ed ideati in modo originale, come richiesto dalle norme di sicurezza contro l’epidemia di Covid-19.

Per scoprire nuovi itinerari a tema archeologico attraverso una selezione di opere poco conosciute del Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, nella settimana dal 20 al 25 luglio i visitatori potranno scaricare da questa pagina la brochure da stampare e portare con sé durante la visita.

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Itinerari nascosti al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure
Il collezionismo granducale e la passione per le ceramiche antiche

Il fascino dell’antico e la nascita del collezionismo

Nel Rinascimento il rinnovato interesse dei ricchi collezionisti per il mondo antico fu rivolto principalmente alle sculture, che rispondevano a particolari esigenze di visibilità e decoro. La grande statuaria era infatti utilizzata per abbellire palazzi e giardini, divenendo di fatto il segno tangibile della cultura e del ruolo sociale del proprietario.

Le grandi scoperte archeologiche del XVI secolo come, ad esempio, i gruppi scultorei del Laocoonte e di Niobe e i suoi figli a Roma, e le non meno fortunate scoperte della Minerva e della Chimera in terra d’Arezzo contribuirono ad alimentare questa entusiastica passione.
Altre antichità che attirarono precocemente l’attenzione dei collezionisti erano costituite soprattutto da iscrizioni e monete, il cui valore di testimonianza storica era accresciuto dal testo scritto. Inoltre reperti archeologici di piccole dimensioni, preziosi per i materiali o per pregio artistico, come gemme e medaglie, o singolari per tipologia o forma, erano raccolti nei cosiddetti studioli.

Etruschi o greci? L’interesse per i vasi antichi figurati e l’evoluzione degli studi

Fu invece tardivo l’interesse per le ceramiche archeologiche, così come per altri reperti più “poveri” per il materiale stesso di cui erano fatti. Queste iniziarono ad essere raccolte solo dalla fine del XVII secolo e venivano inizialmente esibite all’interno di ricche biblioteche, quasi a fornire con i miti e le scene dipinte sui vasi una sorta di illustrazione dei contenuti trattati dai classici greci e latini, oppure su alti cornicioni delle ricche gallerie antiquarie, come oggetti di arredo che contribuissero a creare un’ambientazione nel mondo dell’antichità per sculture e reperti più ricchi.
I vasi antichi che erano oggetto di attenzione erano infatti soprattutto quelli figurati, a figure nere o a figure rosse, prevalentemente di produzione italiota o attica, che iniziarono ad essere rinvenuti nei territori un tempo abitati dagli Etruschi, in Toscana e nell’alto Lazio, ma soprattutto nelle aree un tempo colonizzate dai Greci, in tutto il Regno di Napoli.

Inizialmente furono attribuiti agli Etruschi sulla base delle fonti classiche che assegnavano la produzione dei vasi da mensa alla produzione aretina. Un’aspra diatriba sull’origine dei vasi antichi impegnò gli eruditi per tutta la prima metà del Settecento, fino ad essere conclusa nel 1764 da Johan Joachim Winckelmann, che nella sua Storia delle arti dell’antichità sostenne l’origine greca e magnogreca dei vasi rinvenuti nell’Italia meridionale, e successivamente definitivamente chiarita da Luigi Lanzi, che nel trattato De' Vasi Antichi dipinti volgarmente chiamati Etruschi edito nel 1806 spiegò come i vasi dovessero essere assegnati alle varie civiltà antiche a seconda del luogo di rinvenimento e dello stile. L’evoluzione degli studi tuttavia non impedì che i vasi antichi continuassero ad essere comunemente chiamati “etruschi”, tanto che nel 1769 Josiah Wegwood fondava nello Staffordshire la sua fabbrica di ceramiche che chiamò “Etruria”, il cui motto era: “Artes Etruriae Renascuntur”.
Fino agli scavi di Vulci iniziati nel 1829 tuttavia, la stragrande maggioranza dei vasi antichi conosciuti proveniva da scavi effettuati nel Regno di Napoli, prevalentemente in Campania, Puglia e Sicilia.

Le prime raccolte di ceramiche archeologiche e l’influsso dei vasi antichi nelle arti decorative

Proprio a Napoli fu formata da Giuseppe Valletta alla fine del Seicento la prima vera e propria collezione di vasi antichi figurati di cui abbiamo notizia, ed in ambito partenopeo si codificò per tutta la prima metà del XVIII secolo questa nuova tipologia di raccolta antiquaria, il cui modello fu ‘esportato’ a Roma con la collezione della Biblioteca Vaticana inaugurata nel 1734 da papa Clemente XII, ammirata al punto da suscitare per imitazione la nascita di ulteriori prestigiose raccolte in Italia e all’estero. Napoli divenne il centro del mercato antiquario per questo genere di antichità, dove collezionisti ed antiquari affluivano per rifornirsi di vasi antichi rinvenuti in tutto il meridione.

Fra la fine del XVIII secolo e gli inizi di quello successivo, gli eclatanti rinvenimenti in area vesuviana e le prime attestazioni associate all’ancora poco conosciuta civiltà degli Etruschi fornirono un notevole impulso all’acquisizione di ceramiche archeologiche.
Uno dei più famosi collezionisti di ceramiche antiche in questo periodo fu Sir William Hamilton, ambasciatore inglese presso la corte di Napoli dal 1764 al 1800 e appassionato conoscitore d’arte antica, che costituì ben due famose collezioni di vasi antichi. La sua prima eccezionale raccolta, venduta al British Museum nel 1772, fu resa nota con un primo monumentale catalogo: Antiquités étrusques, grecques et romaines, pubblicato fra il 1766 e il 1767 da Pierre-François-Hugues d’Hancarville.

L’opera, così come il successivo catalogo della seconda collezione Hamilton pubblicato in quattro volumi tra il 1791 ed il 1795 e curato dal collezionista stesso insieme a Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, divenne ben presto molto popolare, tanto da influenzare il gusto e la moda del tempo, conseguentemente tutta quella produzione manifatturiera legata all’arredamento di lusso e alle cosiddette “arti minori”.

Le illustrazioni dei volumi del D’Hancarville e del Tischbein tratte dalla decorazione figurata dei vasi raccolti da Hamilton servirono infatti da modello per la produzione artistica di alcune importanti manifatture europee, fra cui quella fiorentina che faceva capo alla corte granducale, particolarmente sensibile al gusto ispirato da tutte quelle antichità che tradizionalmente erano ricondotte agli Etruschi o ad ambito etrusco, tra cui i vasi antichi figurati.

I modelli di Antonio Cioci con raffigurazioni di ceramiche antiche per quattro tavoli in commesso

Nel Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze si conservano due coppie di modelli dipinti ad olio su tela che servirono per realizzare altrettante coppie di tavoli realizzati con la tecnica del commesso in pietre dure, attualmente esposti a Palazzo Pitti nella Galleria Palatina.
Queste eleganti nature morte composte di vasi antichi e di fiori, sapientemente disposti su di una scheggia lapidea sospesa nel vuoto, si devono alla creatività di Antonio Cioci (1732 ca. - 1792), pittore raffinato ed eclettico che iniziò nell’agosto del 1771 ad operare presso la Galleria dei Lavori come disegnatore e “sceglitore di pietre”.

Le due serie, apparentemente simili, si distinguono bene una dall’altra anche per il colore scelto per il fondo della composizione: porfido rosso antico per i due tavoli realizzati in base ai modelli del 1780 e diaspro verde di Corsica per quelli originati dai modelli del 1785.
La coppia di tele dipinte ad olio che servirono come modelli per i due tavoli con fondo rosso sono oggi esposte al Museo dell’Opificio sopra alla porta di ingresso, e li si può osservare dalla balaustra del primo piano; le altre due tele sul modello delle quali furono realizzati due tavoli a fondo verde sono esposte al primo piano, sulla parete difronte alla scala.

Mentre i modelli realizzati dal Cioci mostrano oggi chiaramente i segni del tempo, naturalmente i tavoli in commesso che ne sono stati derivati, esposti a Palazzo Pitti, esibiscono ancora oggi le eleganti nature morte inventate dal Cioci in tutto il loro splendore e nitidezza dei colori.
Per l’elaborazione dei disegni più antichi, quelli a fondo rosso, il Cioci si rifece in maniera abbastanza puntuale ai vasi raffigurati sul monumentale catalogo del D’Hancarville che illustrava i vasi antichi figurati della prima collezione Hamilton. Una copia di quest’opera era stata acquistata nel 1781 dal direttore  Cosimo Siries ed era dunque facilmente utilizzabile dal pittore come modello.

La coppia di tele a fondo verde, realizzata nel 1785, ripropone invece i vasi allora esistenti nel Gabinetto delle Terre, che era appena stato allestito da Luigi Lanzi nel 1784 riunendo le ceramiche antiche prima collocate in vari ambienti. Molti dei vasi riprodotti in questa coppia di tavoli sono stati infatti identificati da Maria Grazia Marzi e sono tuttora conservati nel Museo Archeologico di Firenze. Tra questi, un’hydria apula a figure rosse (Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 4041), era ben conosciuta dagli eruditi dell’epoca per essere già stata raffigurata nella testata del libro I dell’opera di Thomas Dempster De Etruria Regali, edita postuma tra il 1723 ed il 1724 con un progetto editoriale diretto da Filippo Buonarroti; e nella tav. 77 del primo libro delle Picturae Etruscorum in vasculis, pubblicato da Giovan Battista Passeri tra il 1767 ed il 1775.

In linea con il pensiero innovatore di Winckelmann e sulla scia dell’interesse suscitato dalle collezioni di Sir William Hamilton pubblicate nei preziosi cataloghi a stampa di d’Hancarville e di Tischbein, il Gabinetto delle Terre, promosso nell’ambito del nuovo ordinamento della Galleria degli Uffizi voluto dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena, assume un nuovo ruolo, celebrato anche nelle raffigurazioni del Cioci, che diventano un vero e proprio manifesto di divulgazione, reso durevole e resistente all’azione del tempo dalla trasposizione in pietre dure.
La letteratura specialistica di questi ultimi anni ha appurato che i vasi “antichi” da lui disegnati non sono rielaborazioni fantasiose liberamente ispirate alle produzioni antiche, greche o etrusche, quanto piuttosto una riproduzione di reperti archeologici raccolti nelle collezioni granducali ed in altre ricche raccolte del tempo, ben noti negli ambienti eruditi dell’epoca attraverso le riproduzioni che ne circolavano in raffinati cataloghi a stampa.