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Il Busto reliquiario di San Donato dalla Chiesa di Santa Maria della Pieve di Arezzo

Il reliquiario della calotta cranica di San Donato, patrono di Arezzo, è stato realizzato nel 1346 dai due orafi locali Pietro Vanni e Paolo Ghiselli, a forma di busto e quasi a grandezza naturale (51x46x23 cm). Rappresenta certamente il capolavoro dell’oreficeria storica aretina ed è conservato nella cripta della pieve cittadina.

L’opera si compone di alcune parti principali, separabili: il busto propriamente detto, la mitria con le infulae pendule (tipico copricapo vescovile) e un antico zuccotto in velluto tagliato unito, posto a protezione della reliquia. I materiali impiegati sono ricchi e vistosi: argento dorato, smalti traslucidi e opachi, pietre naturali e vetri colorati.

San Donato è stato il secondo vescovo di Arezzo, martirizzato per decapitazione il 7 agosto 362 d.C., sotto il regno di Giuliano l’Apostata. Il corpo è conservato nella maestosa Arca marmorea trecentesca nel duomo di Arezzo, mentre la reliquia della testa è, appunto, contenuta nel busto reliquiario argenteo della pieve.

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Dettaglio del volto, dopo il restauro
Il busto reliquiario è stato, per molti secoli, oggetto di viva e profonda venerazione da parte dei fedeli e punto focale delle celebrazioni in onore del santo. Sappiamo, infatti, che il busto veniva portato in processione per le vie della città, ancorato su una portantina. Occorre ricordare che tutte le oreficerie nascono come oggetti d’uso nell’ambito delle funzioni religiose, dotati certo di valori artistici, ma la cui funzione pratica e simbolica nella liturgia era di primaria importanza.

È naturale, quindi, che anche il busto di San Donato presentasse i segni di questo utilizzo, con danneggiamenti strutturali direttamente proporzionali alla venerazione di cui era oggetto e alla conseguente frequenza di impiego nel corso dei secoli: gravissime le lesioni dello zoccolo modanato, riparato in passato con ogni tipo di tecnica di saldatura e con linguette metalliche fermate da perni ribaditi o con «cuciture» con filo metallico. Questo, del resto, era il punto che veniva bloccato su un ulteriore supporto per le processioni e quello che subiva i maggiori strattonamenti.

Non migliori le condizioni della parte superiore del busto, con svariati elementi ormai privi dell’originario sistema di fissaggio, goffamente bloccati con fili metallici, per evitarne la caduta. Molti castoni erano pericolosamente mobili e anche il volto risultava segnato da moltissimi graffi e concrezioni di prodotti di alterazione della lega metallica.

Punto di grande criticità è rappresentato dalle numerose placchette in argento con smalti traslucidi (basse taille) estesamente fratturati e lacunosi. Questa tecnica consiste nella stesura di un impasto vetroso colorato su un supporto metallico (di norma, argento), inciso a bulino. Una volta fuso in fornace, il vetro diventa trasparente e consente di intravedere l’incisione sottostante. Gli smalti più compromessi sono quelli del busto, che, rispetto a quelli sulla mitria, hanno subìto in modo più diretto i contraccolpi durante le movimentazioni e le processioni.

L’intervento di restauro si è posto l’obiettivo di:
•    Mettere in condizioni di sicurezza l’opera, specialmente dal punto di vista strutturale;
•    Rimuovere i prodotti di degrado e procedere a una revisione e consolidamento degli smalti traslucidi;
•    Procedere alla pulitura delle ossidazioni dell’argento, nel rispetto della patina acquisita nel corso dei secoli;
•    Procedere alla pulitura e al consolidamento del prezioso copricapo in velluto (affidato ai colleghi del settore restauro Tessili).

Di fondamentale importanza per l’impostazione e lo svolgimento del restauro è stato il continuo supporto da parte del Laboratorio scientifico dell’Opificio e la collaborazione con altri Istituti di Ricerca, che hanno consentito l’esecuzione di svariate indagini diagnostiche, atte al riconoscimento della lega metallica e della tecnica di doratura, all’analisi della composizione degli smalti, allo studio radiografico della tecnica di assemblaggio dell’opera, all’identificazione dei fattori e dei prodotti di degrado, alla messa a punto della migliore procedura di intervento durante la pulitura.

L’intervento di pulitura delle superfici, lungo e minuzioso, ha richiesto particolari attenzioni, a causa della presenza delle placchette smaltate, non smontabili. È  stato approntato, perciò, un sistema di pulitura tramite prodotti gelificati, che consentono un’applicazione localizzata e, quindi, un intervento molto circoscritto.

Accanto ai problemi legati alla pulitura, sono state individuate soluzioni più sicure e otticamente più adeguate per il fissaggio degli elementi instabili: sfruttando fori già presenti sulla lamina di base, sono stati realizzati piccoli meccanismi di ancoraggio in argento, del tutto reversibili, che vanno a sostituire le «cuciture» con fili metallici presenti in precedenza.

Durante le operazioni di restauro, uno straordinario ritrovamento ha gettato nuova luce su un’opera di cui si pensava di conoscere ormai tutto: nell’intercapedine tra collo e colletto della veste, è stato rinvenuto, assieme a frammenti vegetali, un piccolo «tesoretto» di 13 monete in rame e argento e 3 medaglie votive in lega di rame dorata (queste già intravisibili dalla radiografia), di cui non si aveva alcuna conoscenza e che diventa testimonianza materiale del culto del santo patrono aretino.

Possiamo supporre che non fosse infrequente la donazione di offerte, monete, medaglie, fiori o ghirlande da parte dei fedeli, in un passato in cui il busto era fisicamente accessibile al pubblico. Le monete appartengono alle Zecche di Lucca, Urbino, Napoli e Firenze e la più antica risale agli ultimi anni del ‘400. Le medagliette, databili al XVIII secolo, sono invece riferibili alla tradizione dei pellegrinaggi.

Uno dei maggiori problemi da affrontare rimaneva quello dello scarico dei pesi, derivante dall’impostazione stessa dell’opera, al momento della sua creazione: la mitria e le infulae, infatti, scaricano interamente il loro peso (superiore ai 2 kg) sulla parte posteriore dell’opera, aggravandone lo stress meccanico e favorendo l’apertura di lesioni sulla lamina metallica.

Per risolvere questo problema, si è optato per la realizzazione di un supporto interno in resina inerte, composta da due blocchi separati e un fermo centrale, facilmente removibile, che solleva di pochi millimetri il busto dal piano di appoggio e sposta di qualche grado in avanti il baricentro della mitria, avvicinandolo a quello mediano dell’opera. Questa soluzione sgrava completamente lo zoccolo del busto da qualunque funzione portante, evitando un aggravamento delle lesioni ormai presenti.

La presente pagina ripropone i testi e le immagini utilizzati in occasione della presentazione del restauro dell’opera.